venerdì 27 gennaio 2012

Memoria

Avevo in mente di scrivere un post sulla memoria oggi e volevo scriverlo sulle responsabilità dei fascisti e della Repubblica di Salò, che contano tanti nostalgici ancora oggi; responsabilità nella deportazione e sterminio di migliaia di ebrei italiani che furono molte e gravi. Volevo farlo perchè la copertina de "Il giornale" di oggi è proprio una di quelle che ti fanno incazzare tanto, cosa che succede spesso, ma oggi di più. Il cattivo gusto da giornalismo becero e livoroso condito poi da articoli all'interno che provano a rinverdire il mito degli italiani brava gente è a dir poco vomitevole e oltretutto falso, basti come esempio il settimo punto della carta di Verona del 1943 che indicava la "razza" ebraica come straniera e nemica. Poi ho riletto il post che avevo scritto l'anno scorso e l'ho trovato ancora impressionante; il racconto, tratto dal film "Shoah" di Claude Lanzmann, di un sopravvissuto dei sonderkommando: le squadre che si occupavano della "bonifica" dei corpi nelle camere a gas. Una descrizione dei momenti più terribili della "gasatura", potente, spaventosa descrizione, fatta da un uomo che per sopravvivere ha molto probabilmente dovuto annullare molto di se stesso; un racconto che andrebbe visto e ascoltato più che letto, una cosa che va molto al di là di quello che un popolo può fare ad un altro popolo, ma racconta terribilmente bene quello che l'uomo può fare ad altri uomini. Così ho pensato di riportarlo qui anche oggi.

“…La morte per gas durava da dieci a quindici minuti. Il momento più terribile era l’apertura della camera a gas, quella visione era intollerabile: le persone, schiacciate come basalto, blocchi compatti di pietra. Come crollavano fuori dalle camere a gas! L’ho visto parecchie volte. Ed era la cosa più penosa di tutte. A questa non ci si abituava mai. Era impossibile (…) Il gas, quando cominciava ad agire, si propagava dal basso verso l’alto. E nella lotta spaventosa che allora si scatenava, perchè era una lotta, nelle camere a gas toglievano la luce, era buio, non ci si vedeva , e i più forti volevano sempre salire, salire più in alto. Certamente sentivano che più si saliva meno mancava l’aria, meglio si poteva respirare. Si scatenava una battaglia. E nello stesso tempo quasi tutti si precipitavano verso la porta. Era un fatto psicologico, la porta era lì… ci si avventavano, come per forzarla. Irreprimibile istinto in quella lotta contro la morte. Ed è per questo che i bambini e i più deboli, i vecchi, si trovavano sotto agli altri. E i più forti sopra. In quella lotta di morte il padre non sapeva più che suo figlio era lì, sotto di lui.- E quando si aprivano le porte? -Cadevano… Cadevano come un blocco di pietra… Una valanga di grossi blocchi che cadono da un camion. E dove era stato versato il Zyklon, era vuoto (…) Evidentemente le vittime sentivano che in quel punto il Zyklon agiva di più. Le persone erano… ferite, perchè nel buio avveniva una mischia, si dibattevano, lottavano. Sporchi, insozzati, sanguinanti dalle orecchie, dal naso. Certe volte si notava pure che quelli che giacevano al suolo erano, a causa della pressione degli altri, totalmente irriconoscibili… Certi bambini avevano il cranio fracassato (…) Sì, vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso…Anche sangue mestruale forse, no, non forse, certamente. C’era di tutto in quella lotta per la vita… Quella lotta di morte. Era atroce da vedere. Ed era la cosa più difficile. Era un nonsenso dire la verità a chiunque oltrepassava la soglia del crematorio. Là non si poteva salvare nessuno. là era troppo tardi…”

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