martedì 29 dicembre 2015

"Tutto questo è già accaduto e accadrà di nuovo"

La frase che dà il titolo a questo post è una citazione che ho preso da Battlestar Galactica, una serie fantascientifica di una decina d'anni fa, forse una delle migliori interpretazioni della società americana post 11 settembre a cui posso solo imputare un'eccessiva deriva verso soluzioni mistico religiose. Resta comunque a mio parere una grande produzione televisiva. La citazione non è neppure particolarmente originale, gli sceneggiatori la presero anche loro, da Peter Pan. Se vogliamo dirla tutta poi la stessa serie non era una gran novità, si trattava di un remake adattato di una serie precedente realizzata alla fine anni settanta sull'onda del successo di Star Wars (manco a dirlo) e interrotta dopo poco per i costi eccessivi. In fondo Hollywood ha spesso la pessima abitudine di voler ricreare qualcosa di grande quando è impossibile superarlo. Tutto questo è già accaduto e accadrà di nuovo, è una frase che sembra perfetta anche per Star Wars VII, il Risveglio della Forza. Lo avete già visto? Da qui in poi non mi preoccuperò di spoilerare, quindi siete avvisati. Avete avuto l'impressione di avere un deja vu? Anzi una continua successione di deja vu? Non vi siete sbagliati, l'ho avuta anche io, immediatamente. Per questo il film non vi è piaciuto o vi ha deluso?  Peccato, a me è piaciuto, molto, anche se devo ammettere dopo averlo visto ieri per la terza volta che c'è pure qualcosa che si poteva proprio evitare. Ma la prima volta mi è piaciuto immediatamente e incondizionatamente, pure se mentre lo guardavo vedevo chiaramente ogni riferimento ai precedenti. Molti hanno notato che Il risveglio della Forza ricalca la trama di episodio IV, vero e vi dirò di più in questo film ci sono prestiti presi a piene mani da tutta la trilogia originale, anzi, la ripercorre proprio tutta la trilogia originale, a partire dagli stessi pianeti su cui si svolgono le vicende, ci sono tutti: Tatooine, Hoth, la luna boscosa di Endor. Avevo otto anni nel 1977, se dovessi raccontarvi la storia del film sulla base dei ricordi di quando lo vidi allora forse non ne sarei neppure in grado. Certo la storia la so a memoria, ma perchè il film l'ho rivisto decine di volte. Ma allora, a otto anni, non fu la storia a colpirmi, quella era facile, già allora non era una storia originale: insomma, principesse, giovani eroi, cattivi mascherati, battaglie e inseguimenti, duelli con le spade, un'estetica presa in prestito dalla memoria dei film di guerra, western, e di samurai. La cosa veramente straordinaria era il contesto, (in una galassia lontana lontana) e gli effetti speciali che costruivano il tutto. Chi aveva mai visto qualcosa del genere? Se non avessi mai più visto il film da allora sarei in grado di raccontarvi la storia a grandi linee e magari ridacchiandoci pure sopr, ma quello che veramente potrei descrivervi nei minimi particolari è l'effetto che mi fecero le astronavi, i suoni, le luci e i colori, qualcosa che si è radicato profondamente nella mia mente incidendovi una sensazione quasi fisica che mi ha accompagnato tutta la vita. Quello che chiedo a un certo cinema è di emozionarmi e Il Risveglio della Forza mi ha emozionato. Sono grato a chi ha realizzato gli effetti speciali per avermi restituito in qualche modo l'emozione di sentirmi parte della vicenda, di viverla con i protagonisti, all'interno del Millenium Falcon come nella base dei ribelli o sul pianeta Jakku. Un tipo di emozione dovuta alla percezione della reale presenza degli oggetti e dei personaggi sulla scena, presenza ormai scomparsa da anni dai film di fantascienza o di azione, più simili a dei videogiochi.
Probabilmente il fatto che il film non mi abbia deluso dipende anche dal fatto che a differenza di molti fan il mio approcio è stato piuttosto laico e non eccessivamente caricato di aspettative. Non sono un guardiano dell'ortodossia ed ero piuttosto consapevole che non sarebbe bastato l'intervento di Lawrence Kasdan, sceneggiatore de "L'impero Colpisce Ancora" che per me rimane il miglior film della saga, a presevarlo dall'effetto massificazione imposto dalla Disney con l'avallo di un regista da blockbuster come J.J.Abrams. Detto questo, il film introduce nella storia pure delle novità non indifferenti che credo, anzi, spero, si evolveranno nei prossimi episodi.
Si poteva farlo meglio questo episodio di Star Wars? Certo che sì, si poteva eccome. Si poteva mantenere una linea narrativa che ricalcasse quella dei film originale senza eccedere o esagerare come per la scelta della super arma in grado di distruggere più sistemi alla volta ma tanto debole da poter essere distrutta esattamente come una morte nera qualsiasi. Credo invece che sia stata una buona idea affidare ad un interprete femminile il ruolo principale, anche caricandolo di caratteristiche che ne fanno la summa di Han Solo, Luke Skywalker e Leia Organa. In fondo non sappiamo cosa deve ancora succedere, qualcuno ha già deciso che Rei sia la figlia di Luke Skywalker, io ho l'impressione che possa essere qualcosa di più. Vedremo. Vi dirò che ho trovato coraggiosa, all'interno di un universo così codificato come quello della saga di Star Wars, la scelta di un cattivo debole. Chi lo ha detto che un cattivo debba essere seducente e carismatico? Il male può essere debole e banale e allo stesso modo procurare dolore e danni. Se ci pensate, al netto di battaglie su pianeti nello spazio,  razze aliene, jedi, sith e spade laser, tutta la saga di Star Wars altro non è che una drammatica epopea familiare: in questo contesto un giovane poco più che adolescente dotato di poteri straordinari, incapace di gestire la propria emotività, con un istinto di ribellione nei confronti dei genitori e il culto di un nonno potente mai conosciuto, magari descrittogli da uno zio tentato a sua volta in passato dal lato oscuro e forse in parte contaminato dall'oscurità, può essere una bella mina vagante innescata.
Ah, neppure il capo dei cattivi, il leader Snoke mi è piaciuto troppo, troppo stile Avengers. Ma anche in questo caso mi aspetto degli sviluppi. Insomma. Forse era legittimo aspettarsi qualcosa di più e più originale, ma mettiamoci comodi, l'avventura è appena (ri)cominciata.
(e poi i prossimi episodi non li dirigerà JJ)

mercoledì 18 febbraio 2015

Perchè per noi gira, vero?

Quanto possa essere credibile questo tizio qui che parla di concetti scientifici anche piuttosto basici credo sia abbastanza facile capirlo guardandogli la faccia, oppure ascoltandolo: il video con la sua teoria corredata di esempio preso direttamente dal pensiero di Tolomeo (con le opportune novità introdotte dalla tecnologia naturalmente) lo potete vedere qui. Ritengo opportuno spenderci due parole perchè in mezzo alla grande quantità di ironia sotto cui sono state sepolte le sue parole ho letto anche commenti che non perdono occasione per sottolineare ancora una volta la distanza fra "noi" e "loro". Vale la pena fare alcune modeste considerazioni. Punto primo, siete sicuri che a casa nostra (l'occidente intendo) non ci sia qualcuno che la pensa allo stesso modo? Magari frenato solo dal pudore, ma intimamente convinto che la Terra sia al centro dell'Universo e l'uomo si sia evoluto da due tizi vestiti di foglie cacciati da un giardino proibito? Secondo me se vi guardate un po' attorno ve ne accorgete. Punto secondo, la tradizione scientifica della civiltà di cui questo signore rappresenta l'ortodossia religiosa si interrogava sulla rotazione della Terra molto prima che da noi si bruciasse gente per idee simili (ricorrenza proprio ieri, fra l'altro). Fra l'undicesimo e il dodicesimo secolo l'ipotesi che la Terra ruotasse su se stessa era argomento di grosso dibattito fra gli scienziati arabi. Al-Biruni, storico, astronomo e matematico, morto nel 1048 (la data la metto giusto perchè si possa confrontare con lo stato delle conoscenze scientifiche nell'Europa occidentale di allora) era convinto che l'ipotesi della rotazione della Terra su se stessa fosse assolutamente possibile, non contraddicendo nessun fondamento dell'astronomia conosciuta e notò che l'ipotesi era già stata teorizzata da un astronomo indiano nel VI secolo d.C. In realtà per al-Biruni l'ipotesi della rotazione era valida tanto quella della fissità e in seguito, fuorviato dalla conoscenza di Tolomeo finì con il convincersi per la fissità facendo più o meno lo stesso esempio del geniale imam contemporaneo. E' vero quindi che gli astronomi arabi non rovesciarono il principio del geocentrismo e della rotazione terrestre sul proprio asse, ma l'argomento fu causa di grandi discussioni e alla fine prevalse la scarsa conoscenza della fisica e soprattutto la carenza di strumenti di osservazione. Per vedere la fine del modello geocentrico si dovette aspettare l'opera di Copernico, pubblicata nel 1543. Giordano Bruno fu arso vivo all'ortodossia religiosa cattolica nel 1600 e Galileo processato dalla stessa ortodossia nel 1632. La chiesa li ha riabilitati naturalmente, pittosto di recente per la verità, ma sono sicuro che qualcuno non sia ancora del tutto convinto. La storia è una ruota che gira.

martedì 27 gennaio 2015

Quando il mondo non vuole vedere



Queste tre foto sono forse una delle più terribili testimonianze visive dell'enorme buco nero nel quale scomparvero migliaia di esseri umani durante la seconda guerra mondiale. Furono scattate a rischio della vita e di nascosto da alcuni prigionieri di Auschwitz Birkenau addetti allo "smaltimento" e al funzionamento dei crematori nell'agosto del 1944. Si vedono chiaramente uomini intenti a bruciare cadaveri e nella foto al centro un gruppo di donne nude e scheletiche dirette verso le camere a gas. Le foto furono fatte uscire clandestinamente dal campo perchè tutto il mondo potesse venire a conoscenza dello sterminio degli ebrei. Nell'agosto del 1944 probabilmente qualcuno che avrebbe potuto fare quacosa ne era già a conoscenza. Osservate quest'altra foto.
Di questa fotografia avevo già parlato qui , fu scattata il 23 agosto 1944, forse lo stesso giorno delle foto di sopra, da un ricognitore britannico: la colonna di fumo bianco è causata probabilmente dal rogo dei corpi che i forni crematori non erano in grado di smaltire. La maggior parte delle informazioni, molto precise, sulle attività dei campi di sterminio le dobbiamo agli stessi tedeschi che per la burocrazia hanno sempre avuto una certa disposizione. Così sappiamo che quel giorno si stava provvedendo alla "soluzione finale" degli ultimi ebrei polacchi provenienti dal ghetto di Lodz e che era in corso lo sterminio degli ebrei ungheresi. Certo, da migliaia di metri d'altezza forse non era possibile determinare l'origine del fumo e forse le foto scattate nel campo avrebbero impiegato settimane prima di essere viste da qualcuno che potesse rendersi conto di quello che succedeva, ma nell'agosto del 1944 si sapevano già altre cose. I campi di sterminio erano già sorvolati e fotografati da parecchi giorni, ma le informazioni sulla vera natura dei campi erano giunte anche grazie ad alcuni ebrei che erano riusciti a fuggire da Auschwitz: Walter Rosenberg e Alfred Wetzler ad aprile e poi, a maggio, Czeslaw Mordowicz e Arnost Rosin. Questi uomini riuscirono ad entrare in contatto con diverse organizzazioni di ebrei in clandestinità, alla fine di maggio il rabbino Shoenfeld di Londra era già in possesso di  un rapporto sulle attività di sterminio dei tedeschi, in seguito fu informato anche il governo cecoslovacco in esilio a Londra. In agosto gli alleati erano a conoscenza di informazioni che probabilmente avebbero potuto quantomeno rallentare lo sterminio di 400000 ebrei ungheresi. Ma la risposta del Foreign Office inglese al governo cecoslovacco, dopo essersi consultato con gli USA fu che "erano state prese tutte le misure necessarie per il salvataggio delle vittime". Nella pratica si continuò solo a sorvolare i campi scattando fotografie. A volte penso che al netto della differenza avvenuta in settant'anni nella trasmissione e circolazione delle informazioni sugli avvenimenti tragici che capitano nel mondo non molto è cambiato nell'indifferenza di atteggiamento dovuta a calcolo e opportunità "strategiche", e questo non è molto rassicurante.

lunedì 26 gennaio 2015

Di mamme e libertà di stampa


 Scusate, ma io non sono un fine teologo e questa cosa non l'ho ancora capita. Ho anche provato ad ascoltare radio Maria, qualche volta lo faccio, ma niente, anche lì non ho trovato conforto. Dunque il Papa ha detto che uccidere in nome di Dio non è giusto, mai, che è un'aberrazione e tutta questa roba qui. Giusto, ottimo. Oltretutto la chiesa cattolica ha già chiesto scusa per tutti quelli che ha ammazzato in nome di Dio in passato, quindi va bene. Poi però il pontefice aggiunge che non si può neppure deridere la religione altrui e che se qualcuno offende la mia mamma poi si deve aspettare un pugno, è normale. Allora, scusate, ma continuo a non capire, qual è l'interpretazione teologica di questa dichiarazione? Voglio dire, alla luce di quanto detto i fedeli musulmani un tantinello radicali che si sono sentiti offesi per il tono delle vignette di Charlie Hebdo, come avrebbero dovuto comportarsi nei confronti dei responsabili di tanta offesa? Forse avrebbero dovuto entrare suonando il campanello e colpire molto rudemente a ceffoni i redattori e i vignettisti del giornale? La questione, per come la vedo io è diversa. Nello stesso momento in cui si dice che non ci deve essere limite alla libertà espressione ma che questa dovrebbe da sola porsi dei limiti non offendendo le religioni, ecco che si pone un limite alla libertà di espressione. Io non credo nell'esistenza di qualsiasi Dio, ma normlmente nel rivolgermi a persone di cui conosco la fede o anche nel dubbio, cerco di essere attento a non offenderne la sensibilità, per cui mi limito. La stessa cosa penso dovrebbero fare tutti coloro ricoprano cariche  e ruoli pubblici e istituzionali, le cui dichiarazioni normlmente arrivano a chiunque e dunque non possono essere veicolate esclusivamente verso chi più interessa loro raggiungere (Anche se spesso si ha l'impressione che certe cose siano buttate lì giusto per cercare la rissa, vero Gasparri?). Ma la stampa? La stampa, anche e soprattutto quella satirica, in un paese dove esiste la libertà di espressione non dovrebbe essere frenata da nessun limite che non sia quello che proviene dalla libera coscienza di chi manifesta tale espressione. In un paese in cui esista vera libertà di stampa e di espressione chiunque dovesse sentirsi offeso dal tono e dal linguaggio di certe pubblicazioni è semplicemente libero di ignorarle, rispettando allo stesso tempo il diritto di chi pensa che tali forme di linguaggio offensive non siano.

domenica 25 gennaio 2015

Qualche numero, così, per rinfrescare la "memoria"

Cominciò tutto con un censimento disposto nel febbraio 1938 dal ministero degli interni sulla religione professata dai propri dipendenti. A questo seguì ad agosto un "censimento speciale dei giudei". Poi, a settembre, "in nome di Dio e per volontà della Nazione" l'infame Savoia firmò qualsiasi provvedimento "in difesa della razza" che gli fu messo di fronte da Mussolini (quello che periodicamente viene definito da qualche nostro illuminato politico il più grande statista del novecento). Tra il settembre del 1938 e l'aprile del 1945 la popolazione ebraica in Italia passò da 46656 persone a 26938, fu un calo del 48%. un ebreo italiano su due fu coinvolto direttamente dalla politica antiebraica. I più fortunati fuggirono o emigrarono. 6806 persone furono deportate nei lager nazisti, 322 vennero uccise direttamente sul suolo italiano. Possono sembrare numeri piccoli nell'enorme oceano che inghiottì un intero popolo in quegli anni, ma credo sia comunque un ottimo esercizio ricordare anche questi.

giovedì 22 gennaio 2015

Non tutti torneranno ai prati

Se avete visto American Sniper e ci state ancora pensando su vi segnalo un paio di articoli interessanti da leggere direttamente sul sito del Post, qui un bel post di Francesco Costa e qui sulle polemiche suscitate se sia un film di propaganda oppure no. Sempre sul Post si può trovare anche un accenno ad una scena in particolare, quella in cui Bradley Cooper prende in braccio una bambola al posto di una neonata vera che dovrebbe essere la seconda figlia del protgonista. se avete visto il film è possibile che vi siate accorti da voi che nella scena è stata usata una bambola, era piuttosto evidente. Per qualcuno questo potrebbe essere un vantaggio per Cooper in vista degli Oscar: recitare con una bambola e risultare convincente dovrebbe essere un punto a suo favore, oppure no. Per me no. Comunque gli Oscar non li attribuisco io. Ad ogni modo tutta la discussione su questo film e sui film di guerra in genere mi ha fatto tornare in mente un piccolo film, il gioiello di un maestro, uscito già da qualche mese ma che se non avete visto vale la pena di recuperare: "Torneranno i prati", di Ermanno Olmi. Oltretutto quest'anno ricorre il centesimo anniversario dell'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale per cui  è assolutamente attuale.  Al film di Olmi mi ha fatto pensare Il post di Costa, che ho citato prima e con cui penso di essere d'accordo rispetto al fatto che Eastwood non abbia raccontato la storia di Chris Kyle, che era senz'altro molto complessa e che forse a prescindere dal fatto che Eastwood si sia preso delle libertà di sceneggiatura doveva essere raccontata diversamente. Neppure Olmi racconta una storia, ma nel farlo non fa torto alla storia, semplicemente non vuole raccontarne una. Vuole descrivere un momento, all'interno di una più grande storia, fatta di eventi assurdi inumani e privi di senso e vuole mostrarci degli uomini, forzatamente posti all'interno di questi eventi che forse neppure comprendono e che semplicemente cercano di restare vivi. Olmi è sempre stato chiaro su quale fosse il suo punto di vista nel raccontare le storie, queste sono parole sue: Nei dipinti ufficiali commemorativi delle battaglie al centro ci sta sempre un generale in capo a cavallo..., mentre i soldati e i caduti vengono mostrati in campo lungo. I protagonisti della storia vengono sempre lasciati in ombra. Io voglio raccontare le storie di gente che, per coloro che fanno la storia, è "senza storia", quelli che non vengono mai presentati come protagonisti. La guerra è una gran brutta cosa, il cinema l'ha raccontata in molti modi, esaltandola perfino in certi casi, più spesso, fortunatamente condannandola. Ermanno Olmi non mostra molto della guerra, ci  mostra degli uomini che non è neppure possibile definire dei soldati perchè sono probabilmente contadini e operai, uomini che si trovano di fronte alla più assurda delle follie dell'uomo costretti da altri uomini e ci chiede di non dimenticarli. Io non li dimentico.

domenica 18 gennaio 2015

Dall'altra parte del mirino

Se avessi visto prima il film probabilmente non sarei stato molto interessato a leggere il libro, ma avendo letto prima il libro regalatomi da un amico in effetti ero piuttosto curioso di vedere come Clint Eastwood  avrebbe trattato il personaggio e la sua storia. Il Chris Kyle che descrive se stesso nel libro non mi era molto piaciuto per dirla tutta: Dio, patria, famiglia, la croce tatuata per far sapere a tutti che lui era cristiano e la sua missione era uccidere cattivi che non lo erano e volevano solo ammazzare lui e i suoi fratelli in armi; la sua assoluta presuntuosa certezza di essere dalla parte del bene assoluto opposto al male assoluto. Certo, forse non era del tutto colpa sua, Chris Kyle era il tipico figlio dell'America contemporanea in guerra contro il "terrore", che protegge se stessa esportando democrazia secondo principi imbottiti di retorica holliwoodiannazionalistica. Nella sua autobiografia il cecchino più letale della storia militare americana non è mai sfiorato dal dubbio nel compiere il suo dovere, proteggendo i suoi compagni in armi con l'eliminazione scientifica e precisa di soggetti nemici, armati e pericolosi, a decine, forse centinaia e lo fa quasi stesse giocando un videogioco. La sua intenzione sembra sempre quella di essere pienamente in controllo di se stesso, assolutamente nel giusto, uno spietato figlio di puttana, pieno di acciacchi fisici magari, ma conosciuto come la "leggenda", uno che non poteva mostrare segni di debolezza. Tuttalpiù poteva ammettere di avere qualche difficoltà a conciliare il suo ruolo di marito e padre con quello di soldato impegnato a proteggere il suo paese e i suoi compagni, che naturalmente dovevano avere la priorità. Chris Kyle era un personaggio magnifico per un film di Clint Eastwood. E Eastwood è stato bravo a trasmettere nel personaggio il peso, il disagio e lo sporco che senza dubbio erano depositati nell'animo di un uomo come kyle. Eastwood ha saputo trarre da tutta la retorica contenuta nelle parole dello stesso Kyle il disagio profondo di un ragazzo che si confrontava quotidianamente con l'orrore guardandolo attraverso il mirino di un fucile.
La fine di Chris Kyle è stata il contrappasso perfetto della sua vita: dopo aver passato anni sui tetti delle città irachene a sparare a "selvaggi" cattivi per difendere i buoni portatori di democrazia, non poteva che essere ucciso da uno di quest'ultimi, sotto casa.

domenica 11 gennaio 2015

Un giorno di troppo

Oggi mi è capitato di fare un po' di riflessioni sugli avvenimenti degli ultimi giorni. Non voglio ragionarci troppo qui, lo stanno facendo già in molti e forse anche eccessivamente, spesso fuori luogo e impropriamente (in particolare politici e giornalisti). L'unica cosa che vorrei puntualizzare è una cosa che ho maturato rileggendo i tweet scritti sugli avvenimenti di Parigi, spesso figli dell'emozione del momento, come spesso sono i tweet. In particolare uno, questo:
L'unica cosa sensata sarebbe farla finita con le religioni, tutte le religioni. Tanto per cominciare.  

Questo tweet è figlio dell'emozione e di quello che io penso della religione. Ora, non vorrei dilungarmi troppo neanche su questo, quello che penso io in sintesi è che Dio non esista, ma è quello che penso io. Ho grande rispetto per chi ha fede ma io la fede non ce l'ho, punto. Quello che vorrei sottolineare è che religione e fede io le pongo su piani differenti.
Questo tweet ha suscitato alcune reazioni, non molte, qualcuno lo ha retwittato qualcuno ci ha messo una stellina e un utente che seguo e che stimo per le idee e la creatività dei suoi tweet lo ha commentato, così:

7 gen
figo. Per ogni donna uccisa dal marito facciamola finita con l'amore, dai.

Subito ho pensato di rispondere seriamente, ma mi è piaciuta l'ironia così ho pensato di rispondere che non era la stessa cosa, ma che certo, se dovesse servire.
Ho ragionato su queste parole e ho sviluppato un pensiero che scrivo qui perchè mi servono più di 140 caratteri. Quando dico che non è la stessa cosa, intendo dire che non considero la religione come l'amore, nello specifico. Se proprio dovessi azzardare un paragone paragonerei la religione al matrimonio (anche se naturalmente non tutti gli uomini che ammazzano le loro donne sono sposati). Il punto è che religione e matrimonio sono due invenzioni dell'uomo che sono servite nel tempo a dare delle regole e dei vincoli a tendenze naturali dell'essere umano, l'amore e la fede. L'amore non ha necessariamente bisogno dell'amore e la fede non ha ugualmente bisogno della religione. La fede nasce dalla naturale necessità dell'uomo di affidarsi a un'entità superiore per trovare conforto in ciò che va oltre la sua comprensione e nella sofferenza e in un sacco di altre cose naturalmente. Le religioni sono spesso state strumento nelle mani di pochi uomini per orientare il pensiero e le azioni di molti altri. Ma ci sarebbero troppe cose da dire e io ne volevo dire solo poche, una in particolare;
sì, se dovesse servire facciamola finita anche col matrimonio, ma non con l'amore

domenica 7 dicembre 2014

Le grandi domande dell'archeologia


-Cosa state cercando?

-Cosa state trovando?

-Avete trovato il petrolio?

-Avete trovato l'oro?

-Come fate a sapere che è antico?

-Se trovate il tesoro facciamo a metà?

-Sono i morti della peste?

-Sono i morti della guerra?

-Ma le ossa si conservano?

-Cosa sono quelle pietre?

-I romani sapevano fare i mattoni?
 
-Ma vi pagano per fare quello che fate?

-Ma avete dovuto studiare per fare quello che fate?

-E quello che trovate dove lo portate?

-Ma queste cose che trovate poi le mettete nei musei?

-Perchè lo fate?

venerdì 5 dicembre 2014

Un (nuovo) piccolo passo

Mentre noi ce ne stiamo qui ad ascoltare vagonate di vuote parole sul futuro che è solo l'inizio di non si sa bene cosa, forse oggi per la prima volta dopo tanto tempo io sono riuscito davvero a vedere l'inizio di un vero futuro. Ma per farlo ho dovuto mettermi a guardare con attenzione fuori dal nostro giardino, distogliendo lo sguardo dalle tristi e squallide vicende che nulla hanno di futuro, ma anzi sono ben piantate in un solido passato. Oggi nell'arco di poche ore un razzo è partito dalla base di Cape Canaveral con a bordo un'astronave priva di equipaggio che poche ore dopo è felicemente  ammarata nell'Oceano Pacifico. Tutta l'operazione è stata trasmessa in diretta on line dal canale streaming della Nasa. La cosa in se non sarebbe neppure eccezionale: razzi diretti nell'atmosfera ne partono con frequenza, sono passati pochissimi giorni da quando uno ha portato sulla stazione spaziale internazionale la prima astronauta italiana e le cronache delle ultime settimane hanno dato una certa rilevanza all'eccezionalità della missione Rosetta, che dopo dieci anni ha parcheggiato una sonda in orbita attorno ad una cometa su cui siamo pure atterrati; anche se qualcuno vi dirà che abbiamo speso miliardi e anni solo per arrivare su un sasso. Ma la missione test di oggi eccezionale lo è, perchè per la prima volta un modulo costruito per trasportare astronauti si è allontanato dalla terra più di ogni altro negli ultimi quaranta anni ed è rientrato con successo. Quello di oggi è il primo passo che l'umanità compie dopo tanto tempo per fare quello per cui si è evoluta davvero, guardare cosa c'è oltre il suo orizzonte. Personalmente sono piuttosto pessimista sulle possibilità di homo sapiens di conquistare l'universo, credo che ci siamo evoluti per le caratteristiche di questo pianeta che fra l'altro stiamo rovinando e che quello che c'è fuori di qui sia troppo ostile per noi. Ma d'altra parte credo anche che ormai l'umanità sia pronta per provare ad uscire. Il futuro si gioca anche andando verso Marte o verso le lune di Giove e Saturno nella speranza che dando una maggior conoscenza a tutti della meraviglia del nostro sistema solare ma anche della sua terribile inospitalità per noi magari tutti possano imparare ad apprezzare di più e a trattare meglio quello che abbiamo. E poi, insomma, oggi quel bambino nato il giorno che l'uomo scese sulla Luna ma era troppo piccolo per ricordarsene è contento.

mercoledì 26 novembre 2014

Cose meravigliose

26 novembre 1922

Le prime parole che howard Carter pronunciò dopo aver dato una sbirciatina all'interno della tomba di re Tut

martedì 18 novembre 2014

Alcune cose che penso di Interstellar (senza spoiler)


2001 Odissea nello Spazio è la pietra di paragone per qualsiasi cosa sia venuto dopo, non potrebbe essere diversamente. Non che la fantascienza mancasse nel cinema anche prima del 1968, ma il film di Kubrick cambiò ogni cosa, chiunque abbia affrontato il genere in seguito non ha potuto non tenerne conto e ogni film che trattasse la conquista dello spazio da allora ha dovuto pagare il prezzo del confronto con un capolavoro irraggiungibile. Ma la fantascienza è la fantascienza, e Kubrick è Kubrick; la fantascienza fatta da Kubrick (oltretutto spalleggiato da Arthur C. Clarke) gioca un altro sport, tutti gli altri sono destinati ad arrivare dietro. Questo è il punto e questo è il destino anche di Cristopher Nolan, per quanto il suo Interstellar sia, a mio parere un ottimo film, destinato a occupare un posto molto alto nella classifica del genere. Il fatto è che nessuno è mai stato capace di prevedere il futuro così bene come Kubrick nella rappresentazione della conquista spaziale. Solo un anno dopo l'uscita di 2001 l'uomo sbarcò sulla Luna e l'effetto di verosimiglianza del film con la realtà fu tale che ancora oggi complottisti e trasmissioni tv (vedi Mistero) ci propinano la storia che in realtà lo sbarco sulla Luna fu tutta una finzione e il regista delle false scene dell'allunaggio fu forse proprio lo stesso Stanley Kubrick. Kubrick aveva posto la sua missione su Giove poco più di 30 anni avanti a se. Nolan non ci dice quanto avanti nel futuro si svolga la sua storia, possiamo immaginare non molti decenni, entro questo secolo probabilmente. Non ci dice neppure cosa sia successo nel mondo arrivato sull'orlo del collasso con un'umanità prossima all'estinzione, lascia spazio all'immaginazione, e sapete che c'è? Va benissimo così, perchè ogni ipotesi è plausibile per spiegare alcune cose non dette, dalla guerra globale ai disastri e collassi ambientali. La fantascienza mi piace perchè non mi costringe a pensare troppo in termini di verosimiglianza e coerenza, al cinema c'è bisogno anche di questo. Quando la fantascienza parte da presupposti scientifici è anche meglio, ma rimane pur sempre fantascienza e non starò a fare troppo il polemico se alcune cose non vanno assolutamente. Alcune volte la quantità di informazioni scientificamente plausibili e sensate distribuite da un film del genere sono più di quelle che molte persone comuni apprenderanno in una vita intera (specie se guarda servizi giornalistici come quello che il tg4 ha recentemente mostrato sulla missione Rosetta), quindi va bene così. Se posso imputare qualcosa al film di Nolan forse è la lunghezza, quasi tre ore per lasciare anche alcune cose in sospeso sono forse troppe, ma personalmente non mi sono annoiato e alcune scene le ho trovate incantevoli. Inoltre mettete in un film concetti come singolarità e orizzonte degli eventi e farete di me un bambino felice. Credo che Interstellar sarebbe materia eccezionale per una miniserie televisiva, genere che sta sempre più entrando in competizione con il cinema tradizionale. Una versione della storia spalmata su una dozzina di episodi (pensate a True Detective per esempio) consentirebbe di non preoccuparsi più dei limiti di tempo imposti dalla durata di un film al cinema e al contempo permetterebbe una maggior descrizione dei personaggi e anche una miglior spiegazione di alcune situazioni che hanno dato noia a molti a cui il film non è piaciuto. L'unico difetto della televisione è che non potrebbe mai sostituire la gioia per gli occhi che solo uno schermo cinematografico può offrire.

sabato 8 novembre 2014

Lucy



Il cervello umano è un organo veramente straordinario, giunto all'attuale livello di perfezione grazie a milioni di anni di evoluzione. Nonostante rappresenti soltanto il 2% di tutto il corpo umano, per funzionare correttamente al meglio delle sue possibilità il cervello necessita del 20% del complessivo fabbisogno energetico dell'organismo. Al più alto livello delle sue potenzialità un cervello normale sviluppa una quantità di energia pari a quella di un quadricipite al massimo dello sforzo o, come nel caso di alcuni, di un dito medio. Nonostante questo enorme dispendio di risorse il cervello umano non è mai in grado di far funzionare più del 2% dei suoi neuroni contemporaneamente, altrimenti la quantità di glucosio necessaria si esurirebbe in modo da mandare in collasso il corpo e ci farebbe svenire. In alcuni casi si attivano nel cervello aree che di solito non sono utilizzate, questo succede nei soggetti affetti di "Sindrome del savant" per esempio, capaci di attività spesso eccezionali, al limite del miracoloso ma al prezzo di notevoli difficoltà che rendono loro pressochè impossibile un'esistenza normale. Luc Besson nel suo ultimo film, interpretato da Scarlett Johansson, parte dall'ipotetico ma generalmente conosciuto assunto per il quale ognuno di noi userebbe solo una minima parte delle proprie capacità cerebrali. In realtà ognuno di noi usa esattamente la parte di cervello che gli è possibile, no, questo non è vero, molti ne usano meno. Comunque, il film di Besson è una travolgente corsa di un'ora e mezza, corredata di grande quantità di violenza sanguinaria, inseguimenti spettacolari e immagini di una natura meravigliosa sparse qua e là che sono forse il vero senso di quello che Besson vuole dire allo spettatore. La storia non è fondamentale, godetevi lo spettacolo, non fatevi troppe domande di carattere eminentemente scientifico, neppure la Lucy preistorica che si vede ad un certo punto è veramente la prima donna, in realtà appartiene ad un ramo evolutivo che non ha portato a Sapiens. Besson usa strumenti tipici del cinema d'azione che gli appartengono e usa sapientemente perchè gli interessa dirci che in fondo non siamo altro che una piccola cosa in questo universo che è immenso, meraviglioso e non riusciremo mai a comprendere del tutto. Questo dovremmo tenerlo sempre presente.

venerdì 7 novembre 2014

Riaprire quella porta


Ieri ho scritto un post qui dopo un sacco di tempo che non lo facevo e che addirittura non aprivo la pagina del blog. Ecco, devo dire che mi sono sentito un po' in colpa: è stato come aprire la porta di una stanza abbandonata nella quale sono custodite cose alle quali sono piuttosto affezionato e che stavo quasi dimenticando. Così ho pensato di dare un po' di aria alla stanza, perchè ha un qual certo aroma di chiuso e ammuffito e magari lascio la porta aperta, così ogni tanto mi ricordo di entrarci

giovedì 6 novembre 2014

"O'calippo il mio Filippo mi accontenta e me lo da"


Solo poche righe per commentare il servizio fotografico pubblicato da "Chi", noto prestigioso settimanale di opinione, sulle abitudini alimentari del ministro Madia, servizio di cui ieri si è molto discusso sul Twitter. Premetto che le battute volgari e sessiste sono squallide e fuori luogo, e lo sono anche quando vengono fatte nei confronti dell'attuale fidanzata dell'anziano ex leader a cui non si può certo imputare la giovanile e innocente partecipazione ad un video musicale di noto cantante partenopeo la cui canzone densa di contenuti è citata in parte nel titolo di questo post. Premesso questo il punto è un altro e riguarda il modo con il quale le notizie vengono costruite e diffuse, che è tipico di una certa categoria di presunti giornalisti specializzati in fango. In questo caso la cosa che veramente ho trovato quantomeno in malafede è stata la reazione alle critiche del responsabile del noto settimanale, che su twitter ha commentato con l'hashtag #duepesiduemisure  le fotografie colte di rapina del ministro Madia intenta a mangiare un gelato all'interno della propria auto con il video di cui sopra nel quale la fidanzata di Papi si destreggiava (non da sola) con un Calippo. Adesso qualcuno di quelli (compreso il signor Cruciani) che ieri hanno notato che c'era un sacco di gente che si scandalizzava per le foto alla Madia mentre invece  magari non aveva nulla da ridire sul fare battute becere sulla Pascale mi fa il favore di spiegarmi come è possibile paragonare le due cose, premettendo, lo ripeto che le battute e i commenti sessisti sono sempre un'idiozia. Resto in attesa, grazie.

venerdì 29 agosto 2014

Suvvia, per un po' di imperialismo

Guardate che zar Vladimir non si sta mica inventando niente. La sua politica non è nient'altro che la prosecuzione di quella che i suoi predecessori prerivoluzionari (ma anche quelli rivoluzionari) hanno perseguito per secoli con l'intento di far sventolare la doppia aquila un po' dappertutto.
"Ovunque si innalzi la nostra bandiera non dovrà essere ammainata mai più" Con queste parole nella prima metà dell'ottocento lo zar Nicola aveva ammonito il figlio Alessandro II, fedele ad un principio che si perpetuava fin dal regno di Pietro il Grande. E così Alessandro II non doveva mica farsi troppi pensieri, e tutti i suoi ufficiali che prestavano servizio alle frontiere asiatiche del suo regno si potevano sentire liberi di fare più o meno quello che gli pareva. il modus operandi russo era all'incirca, prima innalzare l'aquila a due teste, e poi chiedere il permesso. Raramente i comandanti che adottavano questo sistema venivano sconfessati dal potere centrale. Così facendo, all'interno di quello che gli storici hanno poi chiamato "il grande gioco" i russi nell'ottocento si papparono un sacco di territori, roba che neanche a Risiko. Poi le cose sono andate come sono andate. Adesso il sistema è ancora quello, le truppe russe se ne vanno a passeggio in territorio ucraino? E che problema c'è, prima alza la bandiera e poi chiedi permesso

mercoledì 2 luglio 2014

Perchè cambiare?

A proposito dell'italica propensione al cambiamento e al ringiovanimento dei quadri dirigenti all'interno delle istituzioni o degli apparati preposti al progresso e buon funzionamento della nazione, mi piace riportare alcuni dati che prendo direttamente dal bellissimo libro che Benedetta Tobagi ha dedicato alla strage di Brescia e alle sue vittime ("Una stella incoronata di buio"). In un capitolo dedicato alle tensioni che percossero questo paese nella sua travagliata storia del dopoguerra la Tobagi si sofferma su una frase pronunciata da Mario Scelba, famigerato ministro dell'interno e presidente del consiglio negli anni del boom economico, anni che videro però insieme al boom tensioni e scontri feroci nelle piazze. Dal 1946 al 1960 rimasero uccisi in scontri con la polizia almeno 122 lavoratori. Scelba, più volte a capo del ministero responsabile dell'ordine pubblico disse: "Mi accorsi che per mantenere l'ordine non occorreva fare leggi speciali, bastava utilizzare quelle che c'erano". E quelle che c'erano funzionavano proprio bene perchè  erano leggi fasciste, messe in pratica da personale di formazione fascista. Nel 1960, quindici anni dopo la fine della guerra e dopo vent'anni di regime fascista in Italia 62 prefetti di prima classe su 64 erano rimasti gli stessi dalla dittatura, quelli di seconda classe erano 64 su 64, i viceprefetti 241 su 241, i questori 135 su 135. Le cose cominciarono a cambiare solo negli anni settanta con il naturale ricambio generazionale e grazie forse anche ai grandi cambiamenti globali della fine degli anni sessanta, ma questi numeri la dicono lunga sia sulla natura realmente democratica non pienamente risolta della storia repubblicana che ha mantenuto ombre e ambiguità trascinandole per decenni, sia sulla resistenza al cambiamento, tratto distintivo tuttora persistente, checchè se ne dica.

venerdì 6 giugno 2014

L'Europa delle invasioni


Di fronte alle spiagge sulle quali il 6 giugno del 1944 decine di migliaia di soldati alleati sbarcarono per strappare l'Europa ai nazisti si trova un piccolo paese, famoso per una delle opere più importanti che ci ha lasciato il medioevo, Bayeux. L'arazzo di Bayeux è l'orgoglio e il simbolo della Normandia, racconta di un'altra invasione, in senso inverso, quella che portò i Normanni nel 1066 a conquistare l'Inghilterra, e lo fa in modo dettagliato per oltre settanta coloratissimi e vivacissimi metri di lunghezza.  Già Napoleone se ne era impossessato per esaltare i suoi generali e far loro invadere l'Inghilterra. Essendo una delle più grandi rappresentazioni di potere e conquista rivolte contro gli inglesi era chiaro che avrebbe solleticato l'appetito dei nazisti e infatti Goering provò a impossessarsene. I Francesi avevano in modo provvidenziale già messo al sicuro l'arazzo nel 1940 e per quattro anni temporeggiarono di fronte alle pressanti richieste tedesche di ottenerlo, fino alla fine di giugno del 1944, quando i tedeschi, già peraltro piuttosto occupati a contenere l'invasione, trovarono comunque il tempo per  requisirlo e lo portarono al Louvre in attesa di trasferirlo in Germania. A metà di agosto dello stesso anno, in una parigi vicina all'insurrezione due ufficiali delle SS provenienti da Berlino si presentarono al governatore militare, il generale Von Choltitz. La storia è raccontata da Rober Edsel in "Monuments Men" e in parte anche da Anthony Beevor nella sua monumentale opera sull'invasione della Normandia. Il generale Von Choltitz portò le due SS sul balcone del suo ufficio e mostrò loro il tetto del Louvre distante poche decine di metri, pieno di partigiani con una mitragliatrice che sparava sui tedeschi, disse loro che l'arazzo era là, nei sotterranei. Le SS fecero presente che il museo era occupato dai partigiani al che il generale rispose: "lo è, e anche molto, è diventato il posto di comando dei partigiani". I due ufficiali chiesero come era possibile prendere l'arazzo e il generale replicò (forse ironicamente aggiungo io) che loro erano l'elite del miglior esercito del mondo e che lui sarebbe stato lieto di fornir loro copertura mentre loro avrebbero dovuto solo attraversare Rue de Rivoli entrare nel palazzo prendere l'arazzo e venir via.
Quando quattro giorni dopo gli alleati arrivarono in città l'arazzo di Bayeux era ancora al sicuro nei sotterranei del museo. Dei due ufficiali orgoglio della pura razza ariana invece si erano perse le tracce.

mercoledì 4 giugno 2014

Memento

Qualche volta mi vado rileggere cose che avevo scritto qui in passato in occasione del ricordo di certi eventi. Questo l'avevo scritto l'anno scorso, trovo che vada ancora bene.

La scorsa estate sono stato quasi un mese a Pechino, che è una città straordinaria della quale si potrebbe parlare ore, così come della Cina contemporanea per la verità. Naturalmente sono stato anche a Tien An Men. La piazza è veramente enorme, ed è una fortezza, nella quale si entra solo dopo controlli come quelli di un aereoporto. Le telecamere di sorveglianza uno ha la sensazione di averle attaccate anche al sedere e la quantità di poliziotti in borghese è senz'altro maggiore di quella dei poliziotti in divisa che sono già un'enormità. La sensazione precisa è che una cosa come quella del 1989 nella Cina di oggi sia assolutamente impossibile da ripetersi. Probabilmente una rivolta popolare in quella piazza lo sarebbe anche se i controlli non fossero così maniacali, alla maggior parte dei cinesi sembra che le cose vadano bene così come sono. Piazza Tien An Men non sembra proprio lo stesso posto dove avvenne una strage della quale probabilmente non conoeceremo mai le vere dimensioni, i cinesi sono bravissimi a ripulire le tracce. La foto quassù è impressionante, siamo sempre stati abituati a vederne un particolare in dettaglio, ma quell'omino laggiù non si stava "semplicemente" opponendo a due o tre carri armati. Se possibile questo ne accresce ancora il coraggio e quando a qualcuno viene da usare la parola "eroe" un po' così, a cazzo direi, sarebbe utile si guardasse questa foto.