martedì 27 settembre 2011

I grandi misteri dell’umanità

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In una lista di film che mi porterei su un’isola deserta ci metterei senza dubbio anche “Lost in translation”; certo non dovrebbe essere una lista di cinque o dieci film, diciamo che cinquanta potrebbe essere un numero accettabile. In fondo su una chiavetta USB uno oggidì si può portare dovunque un’intera cineteca. Il film di Sofia Coppola è uno di quelli da cui ogni volta non posso fare a meno di essere rapito: il senso di estraniazione trasmesso da un mondo così affascinante e incredibilmente lontano da noi come il Giappone è reso fantasticamente da ogni espressione di Bill Murray e poi c’è l’incontro delicato e romantico di due solitudini alla deriva. Insomma, è uno di quei film che mette in moto meccanismi profondi nella percezione di chi lo guarda. E sarà per questo che c’è questa cosa che ogni volta mi fa impazzire. Mi rendo conto che è perfetto che sia così, ma tutte le volte che vedo la scena finale in cui Bill Murray raggiunge Scarlett Johansson l’abbraccia, le sussurra alcune parole e poi si baciano e si lasciano con una luce nuova e diversa sul volto non sopporto di non aver potuto sentire quello che lui le dice. Cioè, immagino che non sia una cosa insipida come: “ti chiamo quando arrivo”, oppure, “fatti viva appena torni”. Deve essere senz’altro la trasmissione di un concetto inesprimibile a parole e questo è molto zen, lo capisco e mi piace, ma che noia. In ogni caso la Coppola ha sempre dichiarato di non aver mai dato indicazioni agli attori: quello che si sono detti lo sanno solo loro. Magari lui le ha solo soffiato in un orecchio.

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