martedì 10 novembre 2009

E' il mercato bellezza

Da Repubblica di ieri, piccolo estratto di un articolo interessante firmato da Roberto Mania: “...A quella generazione appartiene anche A. (sul giornale il nome c'è, ma io ometto) archeologa, tarantina di nascita, romana d'adozione. Racconta che da piccola provava quasi invidia per chi possedeva la tessera di Metro, il grande supermercato all'ingrosso per i professionisti, gli imprenditori, le partite Iva, appunto. Quei capannoni blu con scritte in giallo a lettere maiuscole erano - per lei- il simbolo delle libertà d'impresa, del dinamismo aziendale, dell'individualismo contro il pigro tran tran dell'impiego fisso. Entrare o meno al Metro faceva la differenza. Era uno spartiacque quasi di classe sociale, certo di modelli culturali. “Ora -dice- ho la partita Iva, ma non sono mai entrata al Metro”. Ecco lei aveva un contratto di collaborazione finchè lavorava in Puglia, poi a Roma ha scoperto che senza partita Iva non si fa nulla nel suo settore. Si deve essere “imprenditori di se stessi”, come si diceva agli albori della flessibilità. Racconta: “La frase tipica è questa: ovviamente bisogna che lei apra una partita Iva...”. E si comincia, non più dipendenti o para-dipendenti, bensì fornitori, sulla carta. Perchè nei fatti non cambia nulla: stesso stipendio (ma senza contributi), stesso orario, stesso vincolo di subordinazione...”.

E un pensierino gentile vola alle recenti dichiarazioni del ministro Tremonti sul posto fisso.



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